Social media fail o non fail? Questo è il problema

Abbi pazienza: oggi ho fatto colazione con uno yogurt magro tenuto fuori dal frigorifero e temo di sentirmi più acido del solito.

Fatta questa piccola, ma doverosa premessa, spero di poter aprire una parentesi interessante, laddove mi capita di vedere piuttosto dei punti (di chiusura).

Lascia che mi spieghi meglio.

Social Media Fail

Sui social media è scoppiata la moda del “fail”, ovvero la ricerca a tutti i costi di casi di cattiva gestione della comunicazione da parte delle aziende attive sui social network.

Tanto per capire di cosa andrò a parlare (acidamente, ti ho già avvisato), qui puoi leggere i 5 Twitter fail del 2012, tra i migliori esempi di questo nuovo trend mediatico.

Ma, dimmi un po’: gli episodi di cattiva comunicazione che i “social media guru” ci hanno insegnato a chiamare “fail”, sono davvero dei fallimenti per le aziende? Vediamo di raccapezzarci qualcosa assieme.

Fail aziendale e fail social. Ma sì, facciamo di tutta l’erba un fascio

 “Fail”, letteralmente, significa fallimento. Parlando di business aziendale, questo termine è correlato allo stato d’insolvenza che porta la società a non poter più pagare i propri debiti.

Allargando il significato a un singolo prodotto, o a un singolo progetto come può essere una campagna di comunicazione, fallimento è quello stato in cui il ritorno previsto – economico o mediatico – è sotto le aspettative e non riesce a coprire i costi sostenuti e l’impegno profuso dall’organizzazione.

Cerchiamo quindi di capire se davvero i casi di social fail sono dei fallimenti.

RTL e Golden… fail? Appizza le antenne

Per poterci mettere la firma, e giurare che i social fail sono davvero dei fallimenti, io ci penserei due volte. Tra uno yogurt e l’altro, ovviamente.

Prendiamo come esempio il caso RTL-Goldenpoint di giugno 2012. In tanti avevano parlato dell’episodio (se non te lo ricordi clicca qui per una rinfrescatina veloce), come se avesse segnato la rovina della fanpage RTL, che allora contava circa 725.000 fan.

Come è andata a finire? Guarda tu stesso…

RTL 102.5 oggi vanta la bellezza di 924.000 fan rispetto ai 725.000 di giugno del 2012 e, cosa più importante, non ha avuto né un calo degli ascolti, né un calo nella raccolta pubblicitaria. Ma non è tutto: è pure la prima radio italiana con una media di 6.698.000 di ascoltatori al giorno (Fonte Radio Monitor – GfK Eurisko).

Stessa sorte per il caso Parah & Minetti, Il Sole 24 Ore Job e via dicendo…

Epic fail, epic figura di mènta o…?

Nessuno degli episodi citati – per carità, d’incontestabile pessima comunicazione (casuale o voluta) –, che nel mondo social prendono il nome di “fail”, si è trasformato, per fortuna, in un vero e proprio fallimento. Sì, perché dietro a un fallimento, sia di un’azienda sia di un prodotto, ci sono licenziamenti di madri e padri di famiglia. Licenziamenti che, soprattutto in questo particolare momento storico, non auguro a nessuno. Nemmeno alla web agency nostra concorrente che tempo fa ci ha copiato i testi (si vede che Valentina mi ha passato un cucchiaino di miele?).

Un vero fail

Tuttavia, con questi esempi non voglio dire che una cattiva comunicazione non possa portare un’azienda al suo fallimento, questa volta nella vera accezione del termine. Tra i casi più famosi che a scuola si studia(vano), c’è l’effetto Osborne.

Osborne Computer Corporation era un’azienda che immise sul mercato il primo computer portatile di successo della storia. Era il 1981. Il loro fatale errore di comunicazione fu quello di presentare, nel 1983, una serie di nuovi prodotti con troppo tempo d’anticipo rispetto alla data effettiva di commercializzazione.

Osborne impiego più di un anno prima di essere in grado di produrre i nuovi prodotti.

Perse la fiducia dei suoi clienti, la reputazione sui media dei suoi fan e finì in bancarotta nel 1985.

Ecco: questo è un fallimento.

Non sempre un “win” vince

La comunicazione è fondamentale per un’azienda e, senz’ombra di dubbio, ci sono casi di pessima gestione. Tuttavia i social media guru dimenticano che le aziende non comunicano, bensì a parlare e dialogare per loro lo fanno i dipendenti e i collaboratori, esseri umani che lavorano e che quindi possono sbagliare.

Si parla tanto di “fail”, ma vorrei anche sottolineare che come un fail non corrisponde sempre a un fallimento nel senso stretto del termine, nemmeno un win è per forza un vero successo. Ci sono aziende, per esempio, che nel mondo social vanno alla grande ma poi, conti in tasca, non si ritrovano con un fatturato quintuplicato. Anzi.

Citando quindi Francesca Mattia, mi chiedo se la lezione da imparare sia: Dio perdona… Twitter no… ma il resto del mondo se ne frega di Twitter e dei suoi influencer.

Adesso che ho finito la mia dose di yogurt quotidiana, dimmi, tu che ne pensi: gli “epic fail” sono davvero dei fail o, piuttosto, delle figure di mènta?

Sono mattiniero, molto, e anche stacanovista - altrettanto. Da ormai 20 anni mi occupo di web marketing e Seo. Volete vedermi felice? Datemi un sito da ottimizzare e un piatto di patatine fritte.